Se sarei sindaco

Benvenuti nella rubrica che nessun candidato vorrebbe esistesse e che ogni cittadino, nel segreto della propria coscienza, sa essere necessaria.

Il titolo —Se sarei sindaco— è un errore grammaticale voluto. Un congiuntivo storpiato, un condizionale maltrattato, un piccolo crimine linguistico commesso con piena consapevolezza e senza pentimento. Perché questo titolo non descrive chidovrebbegovernare, ma chifinisceper farlo: non il migliore, non il più preparato, non quello con la visione più lucida del futuro. Ma il più furbo. Quello che sa dove abitano i voti, chi li può portare, come si costruisce una rete di favori abbastanza solida da sopportare il peso di una campagna elettorale.

Se sarei sindacoè l’italiano di chi ha capito tutto della politica e niente della grammatica — e, francamente, in questo Paese, la seconda lacuna pesa assai meno della prima.

Ogni cinque anni, puntuali come le buche sulle strade provinciali, tornano le elezioni amministrative. E con esse torna il grande teatro della democrazia partecipata: le promesse stampate sui manifesti, i gazebo sotto il sole di maggio, le strette di mano nei mercati rionali, i programmi elettorali scritti con il copia-incolla dei programmi elettorali precedenti — che a loro volta erano copiati dai precedenti, in una catena infinita di futuro mai arrivato.

Il 24 e 25 maggio 2026 tocca a 71 comuni siciliani, tra cui Nicosia. Ma quello che andrà in scena nelle piazze di questi paesi non è un fenomeno locale, esotico, meridionale. È la descrizione fedele di un meccanismo che funziona identicamente alle elezioni regionali, alle politiche, alle europee. Cambia la scenografia — il SUV in piazza diventa il palco televisivo, il bar con i quattrocento clienti diventa il social media manager con centomila follower — ma il copione è lo stesso, scritto una volta per tutte in un manuale non scritto che tutti conoscono e nessuno cita.

Questa rubrica non ha ambizioni di riforma. Non propone soluzioni, non indica eroi, non distribuisce patenti di onestà. Fa una cosa sola, più semplice e più necessaria:guarda. Guarda e racconta, con l’unico strumento che il potere non riesce mai del tutto a neutralizzare: l’ironia. Quella forma sottile di resistenza civile che consiste nel ridere di ciò che fa male, per non rassegnarsi a subirlo in silenzio.

Gli articoli che seguiranno sono cronache di un’Italia che si ripete — dal comune di tremila anime al palazzo di governo — con una fedeltà al proprio peggio che, a tratti, rasenta il sublime.

Prendete un ombrello. Le promesse stanno per cadere.

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