La selezione del talento
È primavera, fioriscono i mandorli e nei bar del paese il candidato sindaco — sorriso stampato, cravatta rossa, distintivo al petto — inizia il suo giro di reclutamento. Il criterio è semplice, cristallino, di una trasparenza quasi commovente:non importa cosa sai fare, l’importante è che porti voti.
Niente colloqui, niente curriculum, niente prove attitudinali. La domanda fondamentale non è “qual è la sua visione per il futuro del comune?” ma piuttosto:“Quante persone ti devono un favore?”
Il profilo del candidato ideale
La lista si compone con chirurgica precisione sociologica:
- L’imprenditore (o quasi):Import-export, compro e vendo, di tutto un po’. Un sigaro in bocca, una catena d’oro al collo e — soprattutto — una rete di clienti che gli devono favori.“Tante, e tutte grate”, risponde quando gli chiedono quante persone ha in tasca. Benvenuto in consiglio comunale.
- Il barista filosofo:Non sa nulla di amministrazione pubblica, bilanci comunali o urbanistica. Ma sa che“il caffè è come la vita”e che quattrocento clienti al giorno passano dal suo bancone. Quattrocento voti assicurati, forse anche di più. Il sindaco quasi piange di gioia.
- La famiglia allargata:Lei non fa nulla di speciale, lo ammette candidamente. Ma sono in ottantasette tra cugini, zii, suoceri e nipoti. Ottantasette voti blindati, un plotone elettorale pronto al combattimento. La parentela meridionale, si sa, è la forma più antica di campagna elettorale.
- L’influencer locale:Competenze amministrative? Assolutamente no. Ma ha dodicimila follower su Instagram, diecimila like su Facebook e ottomila su TikTok. I follower si trasformano in voti, ragiona il sindaco con la logica ferrea di chi ha capito tutto della democrazia digitale.
- Il generale in pensione:Disciplina, onore e — soprattutto — la vecchia rete dei commilitoni. Stima di portare a casa almeno duecento voti.“Onore al merito… e ai voti!”, esclama il sindaco battendosi la mano sul petto.
La riunione di lista
La sera della riunione, attorno al tavolo siedono il barista con la maglietta filosofica, l’imprenditore col sigaro, la matriarca del clan familiare, l’influencer col telefono in mano e il generale in alta uniforme. Nessuno di loro ha mai letto il testo unico degli enti locali. Nessuno sa cosa fa esattamente una commissione consiliare. Ma il sindaco li guarda con occhi lucidi e sentenzia:“Forse non siete i migliori… ma avete tutto quello che conta!”
L’obiettivo, scritto a caratteri cubitali sul foglio davanti a loro, è uno solo:VINCERE.
Il giorno del voto
E il giorno del voto, puntualmente, arriva la vittoria. I quattrocento clienti del bar hanno votato. Gli ottantasette parenti anche. I dodicimila follower — beh, forse non tutti, ma abbastanza. Il generale ha mobilitato i commilitoni. L’imprenditore ha ricordato i favori in sospeso.
Il sindaco indossa la fascia tricolore, alza due dita a V e dietro di lui qualcuno regge un cartello:“I numeri non sbagliano!”*
In politica, le capacità sono opzionali. I voti sono obbligatori.Una legge non scritta, ma universalmente rispettata da Aosta a Lampedusa — con particolare devozione nel profondo Sud, dove la campagna elettorale è ancora, romanticamente, una questione di famiglia.
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. O forse no.

