
C’è un fenomeno naturale che si ripete con la puntualità svizzera di un orologio rotto: ogni cinque anni, in prossimità delle elezioni comunali, accade qualcosa di straordinario. Persone che fino al giorno prima non ti avrebbero degnato di uno sguardo nemmeno se fossi stato un bancomat ambulante, improvvisamente ti conoscono per nome, ti stringono la mano, ti chiedono dei figli, dei nipoti, persino del cane.
È la stagione del candidato in fiore. E come ogni stagione, dura poco.
La metamorfosi del Principe Azzurro
Tutto inizia con la foto. Prima di scendere in campo — perché loro “scendono in campo”, come se la politica fosse una partita di serie A — il candidato si sottopone a una seduta fotografica degna di un divo di Hollywood. Photoshop lavora straordinari. Le rughe scompaiono, i capelli si infittiscono, il sorriso diventa smagliante. Il risultato finale è un manifesto elettorale in cui la persona ritratta assomiglia vagamente all’originale, più o meno come una cartolina di Taormina assomiglia a una mattinata di novembre con la pioggia.
Il manifesto viene attaccato ovunque: sui muri, sui pali della luce, sugli alberi, sulle anime dei passanti.“Vota X — Il cambiamento che aspettavi.”Quale cambiamento, non è specificato. È un cambiamento generico, universale, adatto a tutte le stagioni — come un impermeabile da discount.
La discesa tra il popolo
Poi arriva la fase dellaprossimità territoriale, che in italiano normale si chiama: citofonare a caso. Il candidato, accompagnato da uno sparuto seguito di fedelissimi con le spillette, percorre le vie del paese con l’entusiasmo di un venditore porta a porta di aspirapolveri. Stringe mani. Abbraccia. Sorride. Si ferma a parlare con chiunque: la signora Carmela che stende i panni, il pensionato al bar, il ragazzo con le cuffiette che non capisce perché qualcuno lo stia fissando.
“Buongiorno! Mi chiamo…”— e qui parte il discorso —“sono candidato al consiglio comunale e voglio lavorare per questa comunità.”
Peccato che quella stessa signora Carmela, tre mesi prima, l’abbia incrociato per strada e lui abbia guardato il telefono fingendo di non vederla.
Le promesse, capolavoro del genere
Il comizio è il momento più alto di questa liturgia. C’è il microfono, c’è la piazzetta, ci sono le sedie di plastica occupate per metà da parenti e per l’altra metà da curiosi con poco da fare. Il candidato parla di strade, di giovani, di turismo, di rilancio, di futuro, di sinergie, di visione. Le parole si accumulano nell’aria come nuvole di zucchero filato: belle a vedersi, inconsistenti al tatto.
Le promesse vengono scritte — metaforicamente e a volte anche letteralmente —nel ghiaccio. Resistono giusto il tempo necessario per essere eletti.
Dopo il voto: il grande silenzio
E poi arriva lui. Il silenzio.
Non il silenzio poetico, contemplativo. Il silenzio di chi, appena entrato in consiglio comunale, ha improvvisamente dimenticato il numero di telefono di tutti. La signora Carmela può citofonate quanto vuole. Le strade restano quelle di prima — anzi, nel frattempo si è aggiunta una buca nuova. I giovani sono sempre più altrove. Il turismo è un miraggio.
Il candidato, ora consigliere, è impegnato. Ha riunioni. Ha impegni istituzionali. Ha da fare.
Il loop tragicamente infinito
Ma non disperate. Tra cinque anni ritornerà. Con una foto ancora più ritoccata, un sorriso ancora più candido, un programma ancora più ambizioso. Ricorderà il vostro nome —“Come sta sua moglie? E i ragazzi?”— con la precisione chirurgica di chi ha riletto i vecchi messaggi su Facebook la sera prima.
E il ciclo ricomincia. Eterno. Immutabile. Come le buche sulle strade comunali.
La democrazia locale è un loop tragico, ma almeno ogni cinque anni ci regala qualche stretta di mano gratis. In fondo, è già qualcosa.
