C’era una volta Facebook, nobile creatura nata con l’ambizione di connettere il mondo. Poi qualcosa è andato storto. O forse è andato esattamente come previsto: l’esperimento sociale più riuscito della storia moderna. Una sorta di gigantesca provetta digitale dove, invece dei batteri, proliferano opinioni non richieste, indignazioni a chilometro zero e una fauna umana che farebbe impallidire anche il più fantasioso zoologo.
Nel tempo, la piattaforma si è trasformata in una comoda cloaca, efficiente e inclusiva: accoglie tutti, ma proprio tutti. Dal filosofo da bar al costituzionalista del divano, passando per l’economista del commento rapido e il moralista della domenica pomeriggio.
Personalmente, per sopravvivenza mentale, tendo a evitare l’interazione con certe forme di vita. Non per snobismo, ma per una banale constatazione: discutere su Facebook è come partecipare a una maratona su un tapis roulant rotto. Si suda, si fatica, ma non si va da nessuna parte.
Eppure, questa volta, ho deciso di fare scienza. Ho indossato il camice virtuale e ho trasformato Facebook nel mio laboratorio sperimentale. Obiettivo: verificare empiricamente quanti “cretini” circolino indisturbati e con quale velocità rispondano agli stimoli.
Il pretesto era perfetto: la recente polemica sull’aumento delle indennità della giunta Crisafulli. Tema ideale per scatenare la fauna locale. Non importa il merito della questione, che richiederebbe analisi, dati e magari anche un minimo di conoscenza amministrativa, ma l’indignazione. Quella sì, è immediata, gratuita e soprattutto virale.
Ed ecco che scatta la gara: i leoni da tastiera si materializzano in pochi secondi, i maestrini della morale si dispongono in fila indiana, pronti a distribuire patenti di onestà dall’alto del loro trono in plastica riciclata.
A quel punto, la provocazione era inevitabile. Ho difeso l’operato della giunta. Non per convinzione assoluta, ma per testare la reazione. Un amo ben lanciato in un mare pieno di pesci molto, molto poco selettivi.
Risultato? Un successo scientifico. L’esercito degli indignati ha abboccato con entusiasmo commovente. Commenti, attacchi, sentenze definitive. Un tripudio di certezze incrollabili costruite su basi inesistenti.
Ma il vero capolavoro emerge osservando un fenomeno parallelo: il popolino indignato pretende che i politici lavorino gratis. Sì, gratis. Come se amministrare una città fosse un hobby domenicale tra una partita a carte e un caffè al bar. Come se gestire bilanci, servizi, emergenze e burocrazia fosse equivalente a fare volontariato alla sagra della porchetta.
Per costoro, chiamiamoli pure cercopitechi digitali, per restare in ambito scientifico, ogni tentativo di spiegazione è inutile. Il dialogo civile è un concetto esotico, quasi mitologico. La logica è un optional, spesso non installato.
E il paradosso? Sono gli stessi che prima votano con entusiasmo, consegnando maggioranze bulgare, e poi, alla prima occasione, si trasformano in giustizieri social, pentiti e furiosi. Un ciclo perfetto, degno della migliore tradizione tragicomica italiana.
La verità, forse scomoda ma evidente, è che gran parte di questi indignati non è mossa da spirito civico. No. Il motore è un altro: l’invidia travestita da moralismo. Il grande classico nazionale del “togliti tu che mi ci metto io”.
I social, in questo, sono solo un amplificatore. Un megafono dato in mano a chiunque abbia una connessione e un’opinione, indipendentemente dalla qualità di entrambe. E così il dibattito pubblico si trasforma in un circo, dove gli urlatori vincono sempre sugli argomentatori.
Provare a far ragionare chi è in preda a una crisi di rabbia digitale è tempo perso. Rispondere è inutile. Argomentare è un esercizio sterile. L’unica vera utilità, forse, è osservare il fenomeno con distacco, come si farebbe con un documentario naturalistico.
E in fondo, tra uno sbuffo e l’altro, una piccola soddisfazione resta: vedere l’indignazione montare, crescere, schiumare… fino allo sfinimento.
La scienza, dopotutto, richiede sacrifici.
